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Il buddismo e la visione ecologica

Articolo di Salvatore Giuliano

Il problema centrale del dolore nel buddhismo (dal quale ha preso piede la singolare esperienza ascetica di Gautama Siddharta che lo porterà a diventare il Buddha) è quello che muove la filosofia e il cammino di liberazione che dovrà approdare alla retta conoscenza della realtà.
Il dolore (dukkha) nel linguaggio buddhista non è solo la sofferenza fisica o psicologica, ma anche quella certa insoddisfazione che nasce dall’ignoranza (avijja) della realtà non vista nella sua giusta ottica.
Questa “non retta visione” conduce l’uomo ad un’insaziabile sete di possesso di tipo egoistico.
Nel percorso buddhista dell’ottuplice sentiero che l’uomo intraprende per giungere alla liberazione dal dolore e al raggiungimento dello stato di illuminazione è essenziale la nuova visione delle cose così come veramente sono.
La stessa natura che circonda l’uomo non apparirà più come un orizzonte vuoto ma pieno di vita.
Secondo il racconto del risveglio che si trova nel Mahavagga del Vinaya Pitaka, la visione che il Buddha ebbe del sentiero di liberazione (dhamma) coincide con il raggiungimento di quell’equilibrio con l’intero cosmo del quale finisce per sentirsi parte.
In questo modo il Buddha (l’Illuminato) coglie la connessione profonda con l’intero ecosistema, nella dinamica di causa-effetto che gli consente di rimuovere una ad una le cause che hanno prodotto il dolore.
Tale dottrina è chiamata del “paticcasamuppada” e ricorre molte volte nei testi buddhisti, stabilendo una relazione necessaria fra causa ed effetto:«Quando questo è presente, quello appare; dalla nascita di questo, quello sorge. Quando questo è assente, quello non appare; alla cessazione di questo, quello cessa».
Quando l’uomo raggiunge la sua illuminazione allora si produce l’effetto di un maggiore equilibrio nel cosmo e cessa il dolore.
All’illuminazione dell’uomo segue un maggiore equilibrio per l’intero cosmo.
Per il buddhismo, dunque, la mutua causalità, la reciproca relazionalità sono “la natura delle cose” (dhammata).

Tale modello fu in tempi recenti elaborato dal filosofo Arne Næss dell’Università di Oslo, che nel 1960 propose la sua “Ecosofia”.
Tale pensiero invita ad un rovesciamento della prospettiva antropocentrica: l’uomo non si colloca più alla sommità della gerarchia dei viventi, ma è inserito, al contrario, nell’intera ecosfera. L’uomo è una parte nel Tutto.
Il termine “ecosofia” sarà poi utilizzato dal filosofo e teologo ispano-indiano Raimon Panikkar.
Con questo termine si è voluta richiamare la saggezza propria della Terra in quanto soggetto, in quanto vivente ed in quanto “madre” (molte culture usano ordinariamente l’espressione “madre Terra”) che sa (ed in questo è saggia) come prendersi cura delle sue creature.
Piuttosto che l’antropocentrismo, a suo avviso parziale e sbilanciato, Panikkar propone il “cosmoteandrismo”. D’altra parte, nella parola “ecosofia” la radice etimologica greca di «eco» rinvia ad oìkos, cioè casa, organizzazione domestica, habitat, ambiente naturale, mentre sophìa vuol dire in greco conoscenza, sapere, saggezza; una traduzione letterale potrebbe quindi essere azzardata con «saggezza dell’ambiente».
Tale saggezza dovrà consentire all’uomo di cogliere la sua profonda “interimmanenza” fra tutti i fenomeni dell’intero ecosistema per realizzare la sua completa autorealizzazione (self-realization), la salvezza buddhista che coincide con l’illuminazione (samma sambodhi).
Per realizzare tutto questo è necessario che l’uomo con tutti gli esseri viventi attui un processo di co-realizzazione.
Nel buddhismo l’idea della simultaneità universale dell’illuminazione è stata particolarmente sottolineata dalla tradizione mahayana:«Se uno dice: “Ho ottenuto l’illuminazione, ma gli altri ancora non ce l’hanno”, la sua illuminazione non può essere autentica.
Se siete nell’illusione, tutto è nell’illusione. Se siete illuminati, tutto è illuminato.
I sutra del mahayana dicono: “Le erbe, gli alberi e la Terra senza eccezione ottengono la buddhità: le montagne, i fiumi e la grande Terra tutta mostrano il corpo del Dharma”.
Se si considerano queste parole solo come un’affermazione oggettiva che si riferisce alle montagne, agli alberi e così via oggettivamente staccati dall’illuminazione di qualcuno, queste parole possono suonare un po’ ridicole.
In realtà, le frasi del buddhismo mahayana menzionate poc’anzi esprimono la verità buddhista per cui è essenziale il simultaneo risveglio di sé e degli altri».

Ciò ha donato alla sensibilità buddhista la convinzione che l’uomo, quando protegge la natura, protegge se stesso, quando la calpesta, si calpesta e si offende.
Egli è profondamente unito a tutto ciò che lo circonda e l’intero cosmo “geme e soffre” nell’attesa di una illuminazione che dovrà svelargli il fondamentale principio di relazione che lega ogni essere vivente.
«Se comprendiamo veramente la natura interdipendente della polvere, del fiore e dell’essere umano, riusciamo a scoprire che non può esserci unità senza diversità.
Unità e diversità si penetrano l’un l’altra senza ostacoli. L’unità è la diversità e la diversità è l’unità. È questo il principio dell’interessere».
In questo modo l’uomo supererà anche i concetti di egoismo e altruismo perché l’opposizione tra l’ego e l’alter sono superati.
Per chi raggiunge l’illuminazione sa che non esiste più un io separato da ciò che è un “non io”.
Questo è particolarmente evidente nel Digha Nikaya11, in cui è descritto mitologicamente il graduale declino del cosmo da una lontana età di perfezione alla nostra età di decadenza e di buio.
Ogni lento peggioramento delle condizioni dell’umanità viene attribuito ad un incremento del tanha nelle sue varie forme: avversione (dosa), brama (raga o lobha) e illusione (moha).
Per i buddhisti quanto più nel mondo aumenta quest’avidità di desiderio, tanto più esso si dirige drammaticamente verso il suo declino.
Inoltre, ad ogni peggioramento delle condizioni interne della mente dell’uomo corrisponde un peggioramento delle condizioni esterne, nell’ambiente che lo circonda. Ciò del resto è in perfetta sintonia con quanto suggerisce lo schema, ricordato in precedenza; ne consegue che quanto più riusciremo a comprendere il legame che ci unisce agli altri esseri, tanto più ci identificheremo con loro, e più ci muoveremo con attenzione e rispetto.
Da qui, l’etica della compassione propria del buddhismo è estesa a tutti gli esseri viventi e consentirà all’uomo di godere del benessere degli altri e di soffrire quando una disgrazia li colpisce.
Per il buddhismo la percezione illuminata di un Sé cosmico consentirà all’uomo di poter acquisire un sistema etico di vita che lo renderà sempre più in sintonia con l’intero ecosistema non più perché guidati da una volontà di obbedire ad una legge morale ma perché parte di un’armonia cosmica finalmente realizzata.
Per questo Shengyen può affermare che: «Buddha Sakyamuni visse nel mondo e interagì con le persone e con l’ambiente. Gli esseri senzienti lo videro nel loro modo, e dissero che il Buddha compì buone azioni, insegnò il buddhadharma e aiutò a salvare degli esseri senzienti. Ma il Buddha non vedeva in questo modo. Egli solamente agì spontaneamente».
La visione ecologica buddhista è quindi basata su una coscienza interiore che finalmente illuminata non potrà non rispettare l’intero ecosistema aiutando gli altri a poter raggiungere la comune meta dell’equilibrio cosmico.

Tratto da “La visione ecologica nelle religioni orientali e nel cristianesimo: prospettive teologiche a confronto” di Salvatore Giuliano.
http://www.uprait.org/sb/index.php/ao/article/viewFile/1081/808