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Il fotografo del silenzio

 ARTICOLO DI ROSSANO GRACIOTTI (1991)

Sulla pellicola c’è qualcosa di più che una semplice immagine,
un legame intimo con la natura: la ragione della sua vita.

Le foto di Angelo Mezzanotte oltre, e forse prima, di essere riproduzioni bidimsionali di spazi montani, sono dei paesaggi interiori, la documentazione tangibile di sensazioni ed emozioni suggerite dal silenzio e dalla contemplazione di se stesso in relazione all’universo e al trascendente.
Persino la loro utilizzazione a scopo turistico e propagandistico sembrerebbe fuorviante e riduttiva, ma ciò fa parte della violenza a cui l’opera d’arte è spesso sottoposta dalle situazioni contingenti. Sul supporto fotosensibile si condensano, e spesso si concentrano, sentimenti e passioni che appaiono contrastanti: malinconia ed esaltazione, stupore e riconoscenza, devozione e indipendenza si dispongono sul pentagramma cromatico delle sue foto senza sovrapporsi, ma come distillati di emozioni senza tempo, come scampoli di vita impigliatesi tra rocce e cielo.
La vita di Mezzanotte è un succedersi di incontri ed eventi che lui chiama “predestinazione”, laddove vi si ritrova la sua scelta di vita che sembra assecondare un volere divino.
Il suo quotidiano è pervaso di precarietà e spesso di rischio, ma lui ne parla come se nulla di insicuro vi sia. Quando si arrampica per le montagne non cerca bei panorami, non sfida se stesso alla ricerca di sensazioni forti, non sfugge dalla città per ritornarvi “ritemprato”, bensì con sacrificio e fatica, cerca i silenzi, le luci, la sofferenza e il conforto che lo avvicinano alla “Grande Madre”.
Si potrebbe dire che nel salire, si immerga in una presa di coscienza del suo essere: un elemento dell’universo non dissimile da un filo d’erba o da una montagna e giù in basso, una striscia nera, oscura, impenetrabile, la terra. Che non è abbandonata, che è sempre presente a testimoniare che lo sguardo è terreno, nello stesso tempo assente come se fosse un fardello troppo ingombrante per uno sguardo verso il “trascendente”.
Sebbene la fotografia sia un mezzo di comunicazione proiettato per sua natura verso il sociale, per Mezzanotte le foto hanno una dimensione intimistica, sono la soddisfazione di una esperienza.
Quando ne parla non si riferisce agli strumenti (macchine, pellicole), alle scelte prospettiche, o ai tagli di stampa, ma a ciò che ha preceduto o seguito quell’attimo, ai rischi corsi per raggiungere l’esperienza, all’arcano che ha circondato quella meraviglia, al suo appagamento e alla riconoscenza che nutre per essere stato messo al cospetto di un evento irripetibile. Irripetibile perchè la natura non concede bis, e soprattutto perchè quelle esperienze gli hanno cambiato la vita.
Quindi il vero evento non è il tramonto o la foto del tramonto, ma i “consigli” che ha ricevuto da quella “Luce”. Sarà per l’origine marchigiana, o per il ricercare i suoi limiti dinanzi a ciò che i limiti non ha, ma (non per fare paragoni immediati o sgraditi) vedendo le foto di Mezzanotte tornano alla mente i versi di un altro grande marchigiano:”…Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete io nel pensier mi fingo;…e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei…”.
Certamente sono altri gli esiti di questa coscienza, ma tale assonanza serve forse a confermare ciò che alcuni sostengono, e cioè che la fotografia pur serve a togliere poeti e scrittori dalla letteratura, pittori e scultori dalla storia dell’arte, ecc.
Vero è che lo stesso Mezzanotte è percorso dal dubbio che la foto non sia lo strumento più utile ed appropriato per documentare e riflettere la sua ricerca, sia per dei limiti chimici; per rivelare e rendere permanenti quei chiaroscuri occorrono dei prodotti che, ricavati e riversati sull’ambiente, contribuiscono a degradarlo, e quindi offendono quella Grande Madre del cui rispetto lui ha fatto ragione di vita.
E per altro proprio l’imminenza della fotografia, il suo essere comunque legata a qualcosa di visibile, ostacolerebbe il centro della sua ricerca, che in effetti non è visibile. Per parlare di “cose” astratte usando la macchina fotografica occorre mettere davanti l’obiettivo qualcosa di concreto, come dire che la inevitabile somiglianza con il reale rende la fotografia più attaccata alla terra, meno adatta a svelare ciò che si nasconde in essa.
Ma il suo grande amore per i suoi luoghi e il progetto che lo trascende finora gli hanno permesso di scegliere questa “arte minore”; il modo per raccontarci i suoi enigmi.
Non vi fossero stati Niecpe e Daguerre, e i tanti alchimisti e pionieri che dividono con loro il merito di aver inventato questa “meraviglia”, forse avremmo letti altri versi, e probabilmente, per comunicare con lui, avremmo dovuto raggiungerlo in qualche eremo dei Sibillini, ammirando sculture in legno o qualche affresco sulle pareti di una caverna. In definitiva possiamo considerarci fortunati, e non solo per la fatica che quella scoperta ci sarebbe costata.

Foto di copertina a cura di Andrea Muti. www.fotomuti.it