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Il mistero di Nachman, ultimo mistico ebreo

Articolo di Giorgio Montefoschi

La speranza chassidica di ricondurre l’ uomo a Dio
spezzando l’ estenuante attesa messianica.

Attorno alla meta’ del ‘700, come racconta Martin Buber, nei remoti villaggi dell’ Europa orientale, “qualcosa avvenne che esaltò l’ anima e agì come agì”, e le comunità ebraiche, deluse dal falso Messia Sabbatai Zevi, videro possibilità di riscatto nel fervore di alcuni uomini “giusti”, i zaddikim: i quali, spezzando l’ estenuante attesa dell’ incarnazione e della perfezione messianica, avrebbero ricondotto l’ uomo al rapporto col vero Dio; e, intanto, quale essa fosse, esaltato la gioia del mondo.
Presto, attorno a costoro, si formarono delle assemblee di “pii”: i chassidim.
Secondo la credenza chassidica, l’ originaria luce divina si era riversata negli zaddikim; da essi, nelle loro parole e nelle loro opere miracolose; e, da queste, nelle parole dei chassidim . che le raccontavano, e così facevano in modo che, nel racconto del miracolo, il miracolo si ripetesse.
Vivevano, insomma, pienamente lo “spirito della narrazione” che, come anni più tardi avrebbe detto Thomas Mann, è nella Bibbia; lo spirito, attraverso il quale, Dio stesso racconta la creazione agli uomini: essendovi, fra creazione e narrazione, una piccola distanza.

Uno dei racconti più affascinanti della creazione, il racconto al quale la fede chassidica avrebbe attinto fondamentale nutrimento, era quello della Shechina’ : la decima emanazione delle dieci emanazioni di Dio: le sephiroth.
Essa era l’ immanenza di Dio nel mondo: ma era in esilio, perduta nel mondo. Come era accaduto?
Rabi Pinha’s di Korez lo raccontava con parole semplici: “Ai tempi originari, quando Dio costruì e abbattè i mondi, i recipienti si spezzarono, perche’ non potevano reggere la profusione che si riversava in essi”.
Altri sostenevano che la rottura era dovuta alla disobbedienza dell’ uomo; altri, a una contrazione volontaria dell’ ente supremo.
Certo è che, in tal modo, la luce era arrivata nei mondi inferiori e questi non erano più nelle tenebre; ma, così, anche le infinite scintille della luce di Dio erano prigioniere dell’ universo.
Infatti, come diceva il primo zaddik, il Baal Shem Tov, “Dio e’ in tutte le cose”: nelle cose buone e in quelle cattive; nelle parole pure e in quelle impure; nella materia organica e in quella inanimata; nella quiete e nell’ ira; nel tacco di una scarpa e in una scopa di saggina; nella castità e nella lussuria; nell’ acqua e nel fuoco.
Le scintille di Dio sono dovunque. Il compito dell’ uomo, dunque, è quello di non disconoscere le imperfezioni del mondo.
Al contrario: egli deve accettarle, calarsi dentro di esse, e redimerle. Attraverso la sua azione, complessa e semplice, umile e esatta, egli, animato dalla giusta intenzione, dovrà liberare le scintille ad una ad una dalla loro impurità.
Cantando, libererà la scintilla che è nel canto; danzando, quella che è nella danza; accendendo una candela, quella che è nella cera, nello stoppino e nella fiamma.
Il suo compito è grandioso. E’ quello di portare la creazione “a compimento”: congiungendo il terrestre all’ assoluto, il tempo all’ eternità.
Era mai possibile perseguire questa meta nel labirinto della vita terrena, senza l’ aiuto di un consigliere? Era mai possibile praticare l’ ambizione dell’ anima e la tenacia del corpo, senza l’ aiuto di un profondo conoscitore dell’ anima e del corpo? E coltivare pensieri spirituali e tellurici, senza l’ aiuto di chi sapesse ricondurre all’ elementare coloro i quali dal pensiero erano stati trascinati lontano, e, insieme, sapesse sollevare all’ etere chi era sovrastato dai pesi terreni?
Costui era lo zaddik: il mediatore fra i chassidim e Dio. Ma, anche, il centro di un cerchio; il “semplice” rinvigorito dalla forza dei “semplici” che aveva intorno.
Perche’ come accade per l’ anima e il corpo, i chassidim avevano bisogno dello zaddik e lo zaddik di loro.
Il maestro, infatti, accendeva le anime dei suoi discepoli: ma queste, circondandolo, gli facevano luce; i discepoli domandavano e suscitavano una risposta: ma, senza la domanda, la risposta non sarebbe mai nata.
Il lettore che volesse penetrare le origini del chassidismo, non ha che da leggere il grande libro di Buber “I racconti dei chassidim”.
Vedrà allora, i crudi inverni, le torride estati delle pianure ucraine e polacche. Vedrà nella via principale del villaggio, uomini vestiti di svolazzanti pastrani neri, avanzare verso la casa di preghiera, sospinti da un passo assorto e nervoso. Vedrà carrozze, carri impantanati, oche, galline: e mucche abbandonate, nutrite da individui sconosciuti al villaggio. In fondo ai novanta gradini, vedrà le piscine dei bagni rituali: gelidi o fumanti.
Sentirà il profumo delle candele, quello dei filati e delle spezie.
Conoscerà la vita, le opere e i detti di Mardocheo di Lechowitz e di Shlomo di Karlin, di Isacco di Berditschev e del “Veggente” di Lublino: e quelli dei loro discendenti.
Apprenderà che molti di costoro preferirono, nei primi tempi dell’ illuminazione, nascondere la propria santità; e magari, dissimularla in atteggiamenti istrionici e infantili, peccaminosi e folli.
Saprà che lo “Jehudi” andava al bagno a mezzanotte, s’ immergeva nell’ acqua gelata e, a casa, studiava la Kabbalà fino a che, all’ alba, la moglie lo trovava svenuto.
Saprà che David di Lelow andava e andava, da un villaggio all’ altro, a trovare gli ebrei e amava i bambini che portava in carrozza; ma, per essere liberato dall’ ascetismo, ebbe bisogno dell’ aiuto di un altro Rabbi.
Conoscerà Rabbi Michal, che non si accostò mai alla stufa per non cedere alla pigrizia, e mai si grattò per non cedere alla voluttà.
Leggerà che il Baal Shem non pronunciava verso dei Salmi, senza aver visto, prima, l’ angelo particolare di quel verso.
Mentre Mardocheo di Lechowitz suggeriva che, a partire dal “balzo del calcagno”, in ogni parola della preghiera passasse l’ intera natura corporea dell’ uomo.
Saprà che, come i sogni sono una secrezione della mente, le sapienze del mondo sono una secrezione della Torà. Nella babele delle lingue, nate dal dissolversi della lingua sacra, udrà preghiere comuni e preghiere solitarie; tremori e gridi; esultanza e lamenti. Imparerà a guardarsi dalla tristezza, peggiore del peccato.
Apprezzerà la gioia, vero veicolo verso Dio, fino ad amare il peccatore gioioso.
Come un’ onda, tuttavia, anche il chassidismo doveva esaurire il suo flusso: invidie, complotti, falsi zaddik, insieme alla obbiettiva incapacita’ di sostenere tanto fervore, avevano portato a una progressiva degenerazione del movimento, quando, nel 1772, nacque Nachman di Brazlav, pronipote del Baal Shem.
Buber pensa che sia l’ ultimo mistico ebreo: “l’ ultimo frutto della meravigliosa fioritura di un albero antichissimo, dal profumo fin troppo intenso, dalle tinte fin troppo accese”.
Il suo progetto era quello di “restituire alla corona l’ antico splendore”.
Per farlo, confidava nella forza dirompente della parola, che doveva arrivare diritta nel cuore del discepolo, finchè fosse lui a dire l’ ultima parola, e nella forza del racconto.
Infatti, come il Baal Shem, egli era torturato dal mistero.
Pensava che il mondo è pieno di misteri e di segreti; le dottrine sono piene di misteri: e che le sue storie dovessero essere il “vestito” delle dottrine, necessario a risvegliare il cuore dell’ uomo.
Non lasciò nulla di scritto.
Ma il suo discepolo, Nathan, ripetendosi furiosamente da solo le parole che aveva udito, come facevano, di bocca in bocca, le suore che, nel corridoio di S. Frediano, vegliavano le estasi di Maddalena de’ Pazzi, correva a casa e le metteva per iscritto.
Ora, sei di questi racconti, ulteriormente riscritti da Martin Buber, appaiono nel bel volume di Guanda Quattro storie di Nacham.
Fin da giovanissimo, Nachman si tormento’ nella ricerca di Dio: digiunava, evitava il riposo, si isolava nella natura che amava, e interrogava Dio.
Ma nessuna risposta, in nessuna forma, scendeva dal cielo, finchè la disperazione lo abbattè.
Allora accadde il miracolo. Era un sabato. Nachman aveva fatto il bagno e vagava nella casa di preghiera vuota e buia, teso con tutte le sue forze ad accogliere l’ anima superiore che, al sabato, scende sull’ uomo.
E, invece, non vedeva nulla.
Così, mentre i primi fedeli entravano a pregare, lui individuò uno di loro, e, strisciando, si mise ai suoi piedi, poggiò il capo sui piedi dello sconosciuto e pianse.
Pianse tanto, a lungo: divenne il nulla della disperazione, il nulla del nulla.
Poi, quando dopo ore e ore aprì gli occhi gonfi, vide che le fiammelle delle candele brillavano di una luce inaudita.
Da quel momento, capì che la benedizione era scesa su di lui; e lui avrebbe dovuto servire il prossimo nella gioia. Prima di farlo, però, volle a tutti i costi andare in Israele: nella Terra.
Nè badò alle difficoltà che si opponevano al viaggio: le lamentele della moglie, la morte di un figlio.
Lui andò ; superò gli impedimenti: le tempeste, le insidie del cammino; tornò e, in forma di racconto, come ancora non s’ era mai fatto, parlò a chi gli era vicino.
Naturalmente, anche i suoi racconti sono pieni di “impedimenti”, di misteri.
Simili a quei palazzi cinesi che dopo un muro e un lago, rivelano un altro muro, e di lì padiglioni, laghi e altri muri, e altre stanze, essi contengono storie dentro storie, e ancora altre storie.
Nelle quali, con la velocità delle favole russe, agiscono re e figli di re, servi e padroni, semplici e saggi, ricchi e mendicanti: ma, anche, fontane inesauribili, cuori palpitanti di carne che si abbeverano a queste fonti, locande e reggie, mura simboliche, giardini della delizia.
E tutto, subitaneamente, cambia di luogo.
E non ci sono distanze impercorribili; ciechi che non vedano; sordi che non ascoltino; spiriti del bosco che non sappiano trasformare sembianti umani e luogo.
Per leggerle col tempo giusto, seguendo il consiglio di Nachman valido per la lettura in senso assoluto, bisogna andare piano, molto piano.
E pensare che in ogni storia, in ogni frammento di storia, e’ contenuta la scintilla divina: sicchè , la verità che ci illudiamo di aver colto in quella scintilla, continuamente rimanda a un’ altra scintilla, ci sposta a un altro nucleo di racconto, a un’ altra verità.
Il viaggio in Israele, metafora del pellegrinaggio a Dio, fu fondamentale per Nachman. Egli pensava che la Terra nella quale Dio aveva infuso la sua sapienza fosse il luogo del mondo; e, in attesa del regno, la sua polvere santa fosse la perfetta sepoltura.
Invece, morì in patria, dopo aver raccontato imperscrutabili verità , in forma di enigmi.
Scelse di morire nel villaggio di Uman, perche’, pochi anni prima che lui nascesse, una intera comunità ebraica vi era stata trucidata e i cadaveri erano stati gettati in una fossa.
In base alla teoria della trasmigrazione delle anime, Nachman credeva che molti di costoro, morti prematuramente, fossero legati al luogo della sepoltura.
In altri termini, le loro anime non si sarebbero mai sollevate, finche’ non fosse venuta in soccorso un’ anima in grado di farle alzare in volo.
Dunque, lui lì andò: a Uman, e a trentotto anni lasciò il mondo.

Fonte:
http://archiviostorico.corriere.it/1995/marzo/08/mistero_Nachman_ultimo_mistico_ebreo_co_0_95030810672.shtml