Nisargadatta: la passione per la verità

Dopo un periodo di ritiro sull’Himalaya, dove raggiunse lo stato di risveglio, ritornò alla vita normale, gestendo un negozio a Mombay, dove accoglieva chiunque fosse alla ricerca della Verità.
Per lui la suprema saggezza consiste nel riconoscere d’essere Pura Coscienza.

di Filippo Falzoni Gallerani

Viviamo in un mondo in cui regna un grande caos, in una società in cui l’ansia è il sottofondo della coscienza collettiva. Oltretutto i tentativi che l’uomo mette in atto per liberarsi dai problemi, essendo il frutto di questa confusione, non possono essere efficaci.
Tutte le ricette che nascono da una prospettiva, che è espressione di una coscienza disturbata, conducono al conflitto. Quando il potere personale non è frutto dell’eccellenza ma ottenuto con la sopraffazione, la ricchezza non è frutto di meriti ma è costruita sulla povertà altrui e la ricerca del piacere produce frustrazione vuol dire che si è perduto il senso della vita.
Da secoli pare l’eterno ritorno della stessa conflittualità che s’incarna attraverso le generazioni.
La violenza delle religioni e delle ideologie politiche nate da alti ideali di giustizia è un chiaro esempio di come anche le migliori ricette che il pensiero crea, una volta che si cerca di metterle in pratica, si risolvono spesso nel loro opposto.
La svolta che l’uomo deve affrontare per uscire da questa condizione non può essere un’altra idea socioeconomica, politica o religiosa, nata dalla prospettiva convenzionale che come abbiamo visto non può funzionare, ma è un’autentica rivoluzione interiore che emancipi l’individuo dai condizionamenti della coscienza collettiva.
L’individuo per ritrovare sintonia con l’essenza della vita deve liberarsi dalle prigioni del pensiero e delle parole e applicarsi con passione al difficile compito dell’autoindagine.

La via della Liberazione
In passato individui risvegliati e maestri realizzati hanno indicato la via della Liberazione attraverso la consapevolezza della vera natura del Sé, l’esperienza dell’Unità o Coscienza Cosmica. In questa società decadente è oggi di moda il cosiddetto “neo-Vedanta”, una versione mentale della spiritualità con un lucroso mercato.
Il “non maestro” di turno proclama le parole dei veri maestri, sorvolando però sul lavoro necessario e creando un contesto che contraddice il messaggio.

Come dicono molti esoteristi, il tempo dei Maestri è finito e l’uomo d’oggi deve trovare la sua autenticità e le profondità dell’essere senza più dipendere da alcuna autorità esterna e da alcuna ideologia.
I grandi maestri hanno lasciato la loro eredità di autentica saggezza e nella loro vita sono sempre stati coerenti con l’insegnamento e le loro parole sono un ottimo strumento per il solitario cammino dell’autoindagine.
Nisargadatta Maharaj è uno di questi pochi grandi la cui saggezza illumina il vero cammino spirituale.
La sua vita è un esempio di semplicità e coerenza. Raggiunto il risveglio tornò alla vita normale di sempre, non creò ashram, né accettò discepoli o denaro, ma per tutta la vita mise a disposizione una stanzetta per ricevere chiunque fosse interessato a cercare la verità.
La profondità delle sue parole attirarono studiosi e ricercatori da ogni parte del mondo. Nisargadatta Maharaj non conosceva il Sanscrito, usava parole semplici e non scrisse mai nulla, tuttavia la trascrizione dei suoi dialoghi improvvisati con i visitatori sono tra i testi più importanti della spiritualità moderna e della saggezza perenne.

La realizzazione del Sé
Nisargadatta, al secolo Maruti Kampli (Mumbai 1897 – 1981), era figlio di contadini e poi divenne proprietario di un negozietto di tabacchi a Mumbai (era un arrotolatore di bidi, i sigarini di foglie diffusi ovunque in India).
Dotato di grande acume spirituale era solito discutere tali argomenti con i conoscenti.
Nel 1933, a trentasei anni, tramite un amico conobbe il guru Sri Siddharameshwar Maharaj.
Il maestro gli ispirò totale fiducia e lui seguì i suoi insegnamenti con fede assoluta.
Dopo pochi anni Siddharameshwar lasciò il corpo, ma seppure Maruti ebbe rare occasioni di incontrarlo, grazie alla sua tenace passione per la verità e alla fiducia nel Maestro in soli tre anni di fervente autoindagine raggiunse la liberazione finale.
Il Guru gli aveva detto: “Tu non sei quello che credi di essere”, e poi gli indicò come attraverso un’intensa autoindagine (atma-vicara) potesse riconoscere di essere l’Assoluto da cui emergono i mondi.
La suprema conoscenza e saggezza (jñana) è conoscenza del Sé e consiste nel riconoscere d’essere Pura Coscienza, lo stesso Brahman, e accettare il gioco spontaneo degli elementi che si manifestano attraverso il corpo e la persona.
Nisargadatta Maharaj riconosceva che il mondo è inesistente in assenza del Sé e conduceva l’interlocutore a intuire il paradosso non dualista secondo il quale il mondo è illusorio, solo il Sé è reale, il Sè è il mondo.

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Un cammino di fede
Diceva Nisargadatta: “Il Guru mi ha detto: Torna a quello stato di puro essere, dove l’“Io sono” è ancora nella sua purezza prima di essere contaminato da “Io sono questo o quello”. Io gli ho creduto e l’ho fatto.
Mi disse: risiedi nell’”Io sono”.
Mi sedevo per ore, con nient’altro che l’”io sono” e presto la pace e la gioia e l’amore profondo che abbraccia tutto è diventato il mio stato normale.
In quello stato tutto scomparve, io, il mio guru, la vita che vivevo e il mondo intorno a me.
Solo la pace è rimasta e silenzio insondabile”. (Dialogo del 16 aprile 1971).
nisargadatta_maharaj_snapsDopo un periodo passato in contemplazione sull’Himalaya come sadhu errante, si rese conto che la realizzazione del Sé non era condizionata dall’ambiente circostante e così ritornò presso la sua famiglia e al suo negozio in una vietta trafficata di Mumbai, dove continuò a gestire il piccolo negozio per il resto della sua vita.
Rimase costantemente in questo stato non-diviso sino alla morte anche mentre era coinvolto nella vita quotidiana di capo famiglia, negoziante e mentore dei numerosissimi visitatori che ogni giorno si rivolgevano a lui.
Sempre incontaminato da ciò che accadeva attorno, per anni ha descritto con argomentazioni sempre impeccabili lo stato della realtà oltre gli inganni della mente, rimanendo umile e vivendo come un uomo comune.
Fu presto notato da studiosi di tutto il mondo, che lo avvicinarono per avere insegnamenti.
Da questi dialoghi con i visitatori sono nati dei libri straordinari come: Io Sono Quello, che è un testo di altissimo livello adatto ad ogni serio ricercatore.
Continuò i suoi incontri sino a pochi giorni prima di lasciare il corpo per una malattia incurabile che aveva affrontato con serenità e indifferenza tali, che era chiaro che non si identificava con il corpo e che, coerentemente con suoi insegnamenti, viveva la morte come se nulla fosse.
L’insegnamento di Nisargadatta Maharaj non è per principianti: infatti, benché sia espresso in parole semplici, realizzare ciò che indica rappresenta la più alta conoscenza.
Per questo le frasi che riporto qui sotto dovrebbero essere oggetto di una seria e intima riflessione.
La realizzazione conduce alla spontaneità e all’assenza di sforzo, ma la pratica dell’autoindagine è un impegno di tutto il nostro essere, un compito eroico che non si risolve accettando idee olistiche del neo-vedantino del momento.
Non può essere qualcosa che si può ottenere partecipando a occasionali seminari o leggendo qualche libro non dualista.
Dell’Advaita una cosa è la realizzazione che consiste nella percezione di “ciò che è”; un’altra cosa è l’esposizione del maestro realizzato e le pratiche necessarie alla realizzazione.
Cosa ancora differente è il sistema di credenze diffuso a livello popolare, che è solo un involucro di parole e d’idee che pare facile cogliere, ma che di solito sono inefficaci e svianti.
Anche questo fa parte del grande mercato dell’illusione che prospera nei momenti di crisi e offre facili soluzioni per sfuggire la realtà.

Gli insegnamenti di Nisargadatta
Ecco alcune frasi tratte da Io sono quello.
Afferma Nisargadatta Maharaj: “Il reale fa apparire e sparire l’irreale. La successione di istanti fuggevoli crea l’illusione del tempo, ma la realtà atemporale del puro essere non si muove, perché ogni movimento presuppone uno sfondo immobile; ed è esso stesso quello sfondo. Quando scopri di averlo in te, scopri anche di non aver mai smarrito il puro essere, che non ha di che dividersi o separarsi. Ma, se lo cerchi nella coscienza, non lo troverai. Non cercarlo da nessuna parte, perché nulla lo contiene. È lui che, al contrario, tutto contiene e manifesta. Simile alla luce del sole che rende tutto visibile, restando invisibile”.
Chiede allora l’interrogante: “A che mi serve sapere che la realtà non è nella coscienza? Dove devo cercarla? Come l’afferro?”.

Risponde Maharaj: “Semplice. Se ti chiedo qual è il sapore che hai in bocca, non potrai che rispondermi: né dolce né amaro, né acre né acido.
Ossia, è ciò che resta, dopo che ognuno di quei sapori è dissolto.
Analogamente, quando tutte le reazioni e le distinzioni sono scomparse, rimane la pura realtà”.
Maharaj: “Le immagini appaiono e scompaiono sullo specchio della coscienza. Lo specchio rimane. Impara a riconoscere l’immobile nel mobile, l’invariabile nel mutevole, finché vedrai che tutte le differenze sono solo apparenti, e che l’unicità è un fatto. Questa identità di base puoi chiamarla Dio, Brahman, o matrice prakriti; le parole contano poco, basta scoprire che tutto è uno. Non appena puoi dire: io sono il mondo, il mondo è me, con la fiducia di chi l’ha provato di persona, sei libero dal desiderio e dalla paura e diventi totalmente responsabile del mondo. L’insensata sofferenza del genere umano diventa il tuo unico interesse. Un uomo realizzato ha il suo dolore, ma non è avvelenato da un senso di colpa. Non c’è nulla di male a soffrire per i peccati degli altri.
Il tuo Cristianesimo si basa su questo. Alla fine sai che non c’è peccato, né colpa, né ricompensa, ma solo la vita nelle sue infinite trasformazioni. Se dissolvi l’«io», la sofferenza personale cessa. Resta la grande tristezza della compassione, l’orrore del dolore inutile”.
E ancora: “Non succede nulla, nessuno è legato, quindi non c’è il problema della liberazione. Solo quando uno si considera un individuo può pensare al legame e alla liberazione. Qualunque concetto tu abbia collezionato nel mondo è completamente inutile. Comprendi che tutta la manifestazione è il figlio di una donna sterile e avendo compreso questo, dai tutta la tua attenzione al tuo lavoro e fa che sia fatto al meglio. Prenditi cura di questo lavoro perché è un orfano!”.

Afferma ancora Nisargadatta Maharaj: “Provate a essere, unicamente essere. Concedetevi giornalmente abbastanza tempo per sedervi nella calma e provare, solo provare a oltrepassare la personalità e le sue ossessioni. Perseverando in tal modo non potete fallire. Quello che importa soprattutto è la serietà e la sincerità; bisogna proprio che abbiate la nausea di essere la persona che siete e che sentiate il bisogno urgente di essere libero dalle identificazioni inutili, un fascio di ricordi e di abitudini”.
Si può riassumere il pensiero di Nisargadatta Maharaj nel Grande Verdetto: Tat tvam asi, “Tu Sei Quello”.
Tuttavia in proposito Nisargadatta Maharaj aggiungeva: “Il Gran Verdetto è verace, ma le tue idee sono false, perché tutte le idee lo sono”.
Ed è per questo che anche le parole dei più grandi saggi sono così difficili da cogliere nella loro realtà oggettiva.

Bibliografia in italiano:
Io Sono Quello, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, 2001.
Il nettare dell’immortalità, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, 2006.
L’esperienza del nulla, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, 2007.
La medicina suprema, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, 2007.
Alla sorgente dell’essere, Casa Ed. Aequilibrium, Ing. Giovanni Turchi, 1985.
Essere è amore, Casa Editrice Aequilibrium, Ing. Giovanni Turchi.
Nessuno nasce nessuno muore, Casa Editrice Il Punto d’Incontro, ristampa 2012.
Oltre la libertà, Casa Editrice Astrolabio, 2012.

di Filippo Falzoni Gallerani – lunedì 09 febbraio 2015

Fonte: www.karmanews.it