Nuove prospettive nella psicoterapia e nell’autoesplorazione

STANISLAV GROF, PSICOLOGIA DEL FUTURO

Come abbiamo visto, la ricerca sugli stati olotropici ha rivoluzionato la comprensione dei disturbi emotivi e psicosomatici.
Ha dimostrato che le sindromi e i sintomi patologici di origine psicogena non possono essere adeguatamente spiegati solo dagli eventi traumatici della biografia postnatale.
Osservazioni tratte dalla profonda psicoterapia esperienziale hanno rivelato che queste patologie possiedono una struttura dinamica a molti livelli, che di solito comprende importanti elementi provenienti dalle dimensioni perinatali e transpersonali della psiche.
La scoperta in sé e per sé dà un quadro molto pessimistico della psicoterapia, così come è intesa solitamente.
Spiega perché gli approcci centrati sulla verbalizzazione e sulla biografia sono generalmente deludenti quali strumenti per affrontare i problemi clinici gravi.
A causa dei loro limiti concettuali e tecnici, questi metodi non sono in grado di raggiungere le radici più profonde delle patologie che cercano di curare. Fortunatamente, il lavoro con gli stati olotropici va oltre: non solo rivela che i disturbi emotivi e psicosomatici hanno importanti dimensioni perinatali e transpersonali, ma fornisce anche l’accesso a nuovi ed efficaci meccanismi terapeutici, che operano a questi livelli della psiche.
L’approccio alla terapia ed all’autoesplorazione basato sulle intuizioni provenienti dallo studio degli stati olotropici e sul loro potenziale terapeutico può essere definito strategia olotropica di psicoterapia.
Essa rappresenta un’importante alternativa alle tecniche delle varie scuole di psicologia del profondo, che si servono dello scambio verbale tra terapeuta e paziente.
Inoltre, differisce in modo significativo dalle terapie esperienziali sviluppate dagli psicologi umanistici, che incoraggiano l’espressione emotiva diretta e impegnano il corpo, ma sono condotte in uno stato di coscienza ordinario.
Quello che tutte le scuole tradizionali di psicoterapia hanno in comune è lo sforzo di capire come funzioni la psiche, perché si sviluppino determinati sintomi e che cosa significhino.
Questa conoscenza teorica è poi impiegata nella messa a punto di una tecnica che il terapeuta usa nella propria interazione con il paziente, per correggere i processi psicodinamici deviati.
Sebbene la cooperazione del paziente sia una parte essenziale del processo di guarigione, è il terapeuta che è considerato l’agente attivo e la fonte di conoscenza necessaria per un esito positivo.
Un simile approccio, anche se raramente messo in questione dagli specialisti teorici e pratici, presenta considerevoli problemi. Il mondo della psicoterapia è frammentato in parecchie scuole che mostrano una notevole mancanza d’accordo sui temi teorici di base, come pure riguardo alle misure terapeutiche da seguire.
Ciò non è soltanto vero per le modalità di cura fondate su concetti filosofici e scientifici incompatibili a priori (per esempio, il decondizionamento behaviorista e la psicanalisi), ma anche per la maggior parte delle scuole di psicologia del profondo, ispirate dall’opera originaria di Freud.
Queste ultime sono in notevole disaccordo sulle forze motivanti della psiche e sui fattori responsabili dello sviluppo della psicopatologia.
Di conseguenza, differiscono nei loro punti di vista sulle strategie della psicoterapia e sulla natura degli interventi terapeutici.
In tali circostanze, le attività e gli interventi dei terapeuti diventano inevitabilmente più o meno arbitrari, poiché sono influenzati dalla preparazione di base e dalla filosofia personale.
La terapia olotropica, invece, parte da un concetto fondamentale: che i sintomi dei disturbi emotivi e psicosomatici sono un tentativo dell’organismo di liberare se stesso da antiche impressioni traumatiche, di guarirsi e di semplificare la propria funzionalità. Essi dunque non sono soltanto un fastidio e una complicazione dell’esistenza, ma anche una grande opportunità.
Di conseguenza, la terapia, per essere efficace, consiste nell’attivazione e nell’intensificazione temporanea dei sintomi e nella loro successiva dissoluzione.
Il facilitatore non fa altro che assecondare e sostenere il processo, messo in moto spontaneamente.
Questo è un principio che la terapia olotropica condivide con l’omeopatia.
Un omeopata ha il compito di identificare e applicare il rimedio che in individui sani, durante il cosiddetto proofing, produce i sintomi manifestati dal malato (Vithoulkas 1980).
Lo stato olotropico di coscienza ha la tendenza a funzionare come un rimedio omeopatico universale, nel senso che attiva ogni sintomo presente ed esteriorizza quelli latenti.
Ho già descritto in precedenza la funzione di “radar” operante negli stati olotropici, che porta automaticamente in superficie i contenuti dell’inconscio con una forte carica emotiva, quelli cioè che sono più facilmente disponibili per un’elaborazione.
Il meccanismo è estremamente utile in quanto libera il terapeuta dall’impossibile compito di determinare gli aspetti veramente importanti del materiale presentato dal paziente.
A questo punto, mi sembra appropriato spendere qualche parola sull’atteggiamento della psichiatria corrente e sul suo approccio ai sintomi.
Per influenza del modello medico che domina il pensiero psichiatrico, gli psichiatri tendono generalmente a vedere l’intensità dei sintomi come indice della gravità dei disturbi emotivi e psicosomatici.
Dunque, l’intensificarsi dei sintomi è considerato un “peggioramento” dello stato clinico, mentre il loro attenuarsi è visto come un “miglioramento”.
Questa è la prassi nel lavoro clinico di tutti i giorni, nonostante sia in conflitto con l’esperienza della psichiatria dinamica.
Nel corso di una psicoterapia sistematica, infatti, l’intensificazione dei sintomi indica l’emergenza di importante materiale inconscio, e spesso annuncia un forte progresso della terapia.
Inoltre, è ben noto che gli stati emotivi acuti, ricchi di sintomi, hanno solitamente una migliore prognosi clinica che non quelli che evolvono lentamente e in modo insidioso, con un minor numero di sintomi evidenti. La confusione della gravità della patologia con l’intensità dei sintomi, unita ad altri fattori come l’eccessivo carico di lavoro, da parte della maggioranza degli psichiatri, i loro interessi economici e la facilità con cui si ricorre a interventi farmacologici, è responsabile del fatto che gran parte della terapia psichiatrica si focalizzi quasi esclusivamente sulla soppressione dei sintomi.
Anche se tale pratica riflette l’influenza del modello medico sulla psichiatria, nella medicina somatica una simile focalizzazione sulla soppressione dei sintomi verrebbe, in realtà, considerata una pratica medica molto negativa.
Nella cura delle malattie fisiche, la terapia sintomatica è applicata soltanto se simultaneamente si curano le cause. Per esempio, l’applicazione di ghiaccio e la somministrazione di aspirina a un paziente con febbre elevata, senza stabilire l’eziologia della condizione febbrile, ovviamente non può essere una pratica medica accettabile.
L’unica eccezione a questa regola è la terapia delle malattie incurabili, limitata a un trattamento sintomatico perché quello eziologico è sconosciuto.
In una conferenza tenuta negli anni Settanta, Fritjof Capra ha usato un’interessante parabola per spiegare la fallacia della focalizzazione sui sintomi invece che sul problema sottostante.
Immaginate di guidare un’automobile; improvvisamente si accende una luce rossa sul cruscotto: è l’allarme che indica che il livello dell’olio è pericolosamente basso.
Noi non sappiamo come funziona la macchina, ma sappiamo che una luce rossa sul cruscotto indica la presenza di guai.
Allora portiamo la macchina in autorimessa e spieghiamo il problema al meccanico.
Il meccanico dà un’occhiata e dice: “Luce rossa? Non c’è problema!” Afferra il cavo elettrico e lo strappa. La luce rossa si spegne e il tecnico vi rispedisce sulla strada.
La nostra stima per un meccanico che offre una “soluzione” del genere non è certo molto elevata.
Ci aspettavamo un intervento che avrebbe risolto il problema lasciando intatto il sistema di allarme, non l’eliminazione del meccanismo che ci avvisa in caso di problemi. Analogamente, lo scopo di una vera terapia dei disturbi emotivi è quello di arrivare a una situazione in cui i sintomi non si manifestino più perché non ve n’è nessuna ragione, non una in cui non possano comparire perché il sistema d’allarme è fuori uso.
Questa è la soluzione cui aspira la strategia della terapia olotropica.
Quando incoraggiamo, facilitiamo e sosteniamo l’emersione totale del materiale alla base dei sintomi, il processo attua ciò che l’organismo cercava di giungere: la liberazione da impressioni traumatiche e il rilascio delle energie emotive e fisiche accumulate, a esse associate.
Come abbiamo visto nel capitolo dedicato all’emergenza spirituale, una simile comprensione del processo terapeutico non è valida soltanto per le nevrosi e i disturbi psicosomatici, ma anche per molte patologie che gli psichiatri ufficiali diagnosticherebbero come psicotiche e vedrebbero come manifestazioni di grave malattia mentale. L’incapacità di riconoscere il potenziale terapeutico di stati così estremi riflette la ristretta struttura concettuale della psichiatria occidentale che; me abbiamo già detto, si limita a prendere in considerazione soltanto la grafia postnatale e l’inconscio individuale.
Esperienze per le quali tale limitata struttura non ha una spiegazione logica vengono ovviamente attribuirle a processi patologici di origine sconosciuta.
Al contrario, la cartografia ampliata della psiche, che include anche le dimensioni perinatali e transpersonali, è in grado di fornire una spiegazione naturale per l’intensità e per il contenuto di casi così estremi.
La terapia olotropica porta avanti un altro concetto-chiave per la comprensione delle reali dimensioni della psiche umana: una persona media della nostra cultura agisce in maniera molto inferiore al proprio potenziale e la propria capacità; l’impoverimento è, dovuto al fatto che l’individuo si identifica solo con una piccola frazione del proprio essere, vale a dire il corpo fisico e l’Ego.
La falsa identificazione induce un modo di vivere non autentico, dannoso, insoddisfacente, e quindi contribuisce allo sviluppo dei disturbi emotivi e psicosomatici di origine psicologica.
La comparsa di sintomi preoccupanti, che non hanno una base organica, può essere vista come un’indicazione che il soggetto, che agisce nella vita con queste premesse sbagliate, si è accorto che il vecchio modo di esistere non funziona più: è diventato insostenibile.
Quando l’individuo si rende conto che la sua visione del mondo esterno sbagliata, si ritira psicologicamente nel proprio mondo interiore: a quel punto cominciano ad affiorare alla coscienza i contenuti dell’inconscio con forte carica emotiva.
L’invasione di questo materiale tende a interferire con la capacità del singolo di funzionare nella vita quotidiana. Il guasto può cadere in una determinata area dell’esistenza (per esempio, il matrimonio e la vita sessuale, l’attività professionale o la corsa alle varie ambizioni personali), oppure può colpire simultaneamente tutti i segmenti e gli aspetti della vita della persona.
L’estensione e la profondità del crollo dipendono dal momento in cui sono avvenuti i traumi più importanti dell’infanzia e della fanciullezza dell’individuo: essi determinano se il processo raggiungerà 4 proporzioni nevrotiche o psicotiche.
I traumi negli stadi più avanzati della vita postnatale causano una disposizione a esaurimenti nevrotici che colpiscono solo alcuni aspetti del funzionamento interpersonale e sociale della persona. I processi che raggiungono proporzioni psicotiche, invece, coinvolgono tutte le aree della vita e, di solito, segnalano gravi problemi sorti nei primi stadi dell’infanzia.
La situazione che ne risulta provoca una crisi o persino un’emergenza, ma rappresenta anche una grande occasione.
L’obiettivo principale della terapia olotropica è quello di sostenere l’attività inconscia o addirittura di incrementarne la mobilitazione, in modo che le memorie di traumi repressi e dimenticati vengano portate alla piena coscienza.
Nel processo, l’energia bloccata nei sintomi emotivi e psicosomatici viene liberata e scaricata, e gli, stessi sintomi si trasformano in un flusso di esperienze il cui contenuto può essere tratto da qualunque livello della psiche: biografico, perinatale o transpersonale. Compito del facilitatore o del terapeuta durante il trattamento olotropico è sostenere il processo esperienziale, con una fiducia totale nella sua natura guaritrice, senza cercare di indirizzarlo o di cambiarlo in qualche modo.
Il processo è guidato dall’intelligenza risanatrice interiore del paziente.
Qui, il termine terapeuta è usato nel senso della parola greca therapeutes, che significa “persona che assiste durante il processo di guarigione”, non si riferisce a un agente attivo il cui compito è di “aggiustare il paziente”.
E’ importante che il terapeuta sostenga lo svolgimento esperienziale, persino se razionalmente non riesce a capirlo.
Alcune potenti esperienze di guarigione e di trasformazione si presentano senza contenuti specifici; consistono in sequenze di emozioni sempre più forti o di tensioni fisiche cui seguono liberazione e rilassamento.
Spesso le intuizioni e i contenuti specifici emergono in un secondo momento del processo, oppure anche nelle sedute successive.
Talvolta la risoluzione avviene al livello biografico, altre volte in connessione con materiale perinatale o con vari temi transpersonali.
Frequentemente, l’impressionante guarigione e la trasformazione della personalità con effetti duraturi sono prodotti di esperienze che nell’insieme sfuggono a una comprensione razionale. La tecnica più potente per indurre uno stato olotropico a scopo terapeutico è, senza dubbio, l’uso di piante o sostanze psichedeliche. Attualmente vi sono soltanto alcuni progetti ufficiali di ricerca che utilizzano tali sostanze, mentre la terapia psichedelica, in linea di massima, non è disponibile in ogni parte del mondo. Perciò penso sia utile adesso mettere a fuoco il nostro approccio, che è in grado di indurre stati olotropici tramite mezzi non farmacologici, quindi non associati a complicati problemi politici, amministrativi e legali.