rabia_al-adawiyya

Rābi´a al-´Adawiyya (713-801)

Originaria di Bàssora, nell’Iraq meridionale, si conosce poco della sua vita. In gioventù è stata una schiava, suonatrice di flauto che, ottenuta la libertà per le sue doti spirituali, si fa eremita nel deserto. Solo in seguito ritorna nella sua città, vivendo in povertà assoluta, frequentata da molti che vedono in lei una guida spirituale. L’esperienza spirituale di Rābi´a si riassume in un unico punto: l’amore per Dio solo. E poiché Dio è l’assoluto, l’amore per lui non può che essere assoluto. Ogni altra realtà, come ricchezza, matrimonio, amicizie e perfino le realtà religiose sono ostacoli alla purezza di tale amore e devono pertanto essere tolti. L’amore perfetto per Dio esclude anche il pensiero della ricompensa o del castigo. Anzi, un tale amore non non può essere appagato se non con la visione dell’amato stesso, Dio.

Un giorno un gruppo di giovani la vide correre in gran fretta con del fuoco in una mano e dell’acqua nell’altra. Le chiesero dunque dove stava andando. Disse: «Sto andando in cielo, per gettare il fuoco nel paradiso e versare l’acqua nell’inferno; non resterà così né l’uno né l’altro, e apparirà Colui che si cerca. Allora coloro che gli rendono culto volgeranno lo sguardo verso Dio, senza speranza e senza timore, e lo serviranno così. Se non ci fosse più speranza del paradiso e timore dell’inferno, non lo adorerebbero forse il verace e non gli ubbidirebbero?»
Un uomo le disse:«Ho commesso molti peccati e molte trasgressioni: ma se mi pento, Dio mi perdonerà?». Rispose: «No. Tu ti pentirai se egli ti perdona».
Un giorno una persona la interrogò: «Qual è il bene con cui il servo può avvicinarsi a Dio?». Rispose: «Non possedere che lui, in questo mondo e nell’altro».
Disse: «Ho posto Te nel mio cuore come il mio confidente, e ho lasciato il mio corpo in colloquio con i miei interlocutori. Il mio corpo sta in familiarità con chi mi parla, ma l’Amato del mio cuore è, nel mio intimo, il mio confidente».
Diceva: «O mio Dio! Se ti ho adorato per paura dell’inferno, bruciami nel suo fuoco. Se ti ho adorato per speranza del paradiso, privami di esso. ma se non ti ho adorato che per te solo, non privarmi della contemplazione del tuo volto».
Si racconta che Rābi´a fosse malata. Quando le fu chiesto che cosa l’avesse colpita, rispose: «Questa notte, poco prima dell’aurora, il mio cuore ha desiderato il paradiso. E Dio mi ha colpito per indurmi al timore!».
Uno dei sapienti di Bàsora andò a far visita a Rābi´a e cominciò a parlare delle gioie di questo mondo. Disse Rābi´a: «Ohimé, è chiaro che tu ami questo mondo. Perché chi ama una cosa, la ricorda spesso: se uno vuole acquistare delle vesti, ne parla molto. Se hai rinunciato completamente a questo mondo, perché mai ti preoccupi dei suoi beni e delle sue gioie?».
Le fu chiesto: Che cosa pensi dell’amore? Disse Rābi´a: Fra l’amante e l’amato non c’è separazione. Non c’è parola che in forza del desiderio, né qualificazione se non dal gusto. Chi ha gustato, ha conosciuto; e chi qualifica è colui che è stato qualificato. Davvero puoi qualificare qualcosa tu, che ti perdi al suo cospetto, che sei sempre alla tua presenza, che scompari nella sua testimonianza, che sei ebbro della sobrietà di lui, tu che sei pieno del tuo vuoto per lui, fuori di te per la tua gioia in lui! La venerazione rende muta la lingua; lo stupore trattiene il cuore dall’esibizione; il fervore distoglie lo sguardo dalle creature; la meraviglia impedisce alla mente la sicurezza. Non c’è che meraviglia continua, necessità di stupore, intimità nascosta, rapimento del cuore, corpi consunti, e l’amore, con la sua intransigente potenza, arbitro dei cuori.

Tratto dal sito:
www.mistica.info